Stemma Diocesi di Macerata (MC) Stemma del Comune di Pollenza (MC)


ARCIDIOCESI DI MACERATA
COMUNE DI POLLENZA (MC)




PIANO PER LA VALORIZZAZIONE DELL'ARTIGIANATO ARTISTICO "TRADIZIONALE E TIPICO DI QUALITA'" DELLA CITTA' DI POLLENZA

Legge Regionale 20/05/1997, n. 33

RELAZIONE STORICA - Curata da Antonio Nardi

ARTIGIANATO ARTISTICO POLLENTINO - RELAZIONE STORICA

L'arte della lavorazione dell'argilla

Non tutti sanno che in un articolo sui vini Giovanni Dalmasso scrive: …. Lo stesso Plinio, che nella sua Naturalis Historia ci lasciò una miniera inesauribile di notizie sul primo secolo della nostra era, non nomina alcun vino piemontese. Plinio però, parlando della lavorazione dell'argilla per trarne oggetti di terracotta, cita per la loro eccellenza i vasi potori che si preparavano ad Asta e a Pollentia (XXXV, 45). Più vicino ai nostri giorni, da un piano di lavoro per la ricerca di notizie sull'industria ceramica in Monte Milone (fino al Mille / Millecinquanta era Pollentia, poi Monte Milone e dal 1862 Pollenza) dattiloscritto da Don Nazareno Buldorini datato 1940, apprendiamo che la notizia più antica, fino ad allora nota, relativa all'esistenza di una vaseria in Monte Milone risaliva al 1509. Infatti dai libri delle Riformanze di Monte Milone si apprende che in data 18 novembre venne presentata al Consiglio di Credenza una supplica di un certo Girolamo di Ancona Vasaro chiedente una casa, due salme di grano e sei o otto fiorini in prestito per un anno. Nello stesso consiglio fu stabilito che i Priori eleggessero un individuo per quartiere che insieme ad essi esaminassero la supplica. A osservanza dell'incarico avuto i Priori elessero quattro deputati e, insieme a loro, in data 25 novembre 1509, si riunirono nella cucina del Comune per decidere in merito alla supplica del Vasaro Girolamo di Ancona. All'unanimità stabilirono di accordare al richiedente: 1) il permesso di lavorare in paese perché questo non fosse sprovvisto delle cose necessarie; 2) di donargli tre fiorini per l'affitto della casa; 3) di imprestargli per un anno due salme di grano e quattro fiorini; 4) perché la comunità non restasse defraudata, chiesero una garanzia circa la restituzione delle due salme di grano e i quattro fiorini. Tale garanzia fu data da Ronaldo di Sante che, come costa dai libri dei Malefici del 1510, dovette sborsare un fiorino e 4 bolognini come parziale restituzione dei danari imprestati a detto Vasaro. Da una delibera del 1533 si apprende che il Comune perché "non si disvia l'arte da Monte Milone" per indurre gli artigiani forastieri a rimanere o ad entrare in paese, deliberò di accordar loro gli stessi diritti e privilegi dei cittadini, finché fossero rimasti in Monte Milone. Nell'elenco delle arti, che si intendevano privilegiare, erano inclusi anche gli artigiani "fornaciari, vasari". Anche nel '600 si ha notizia di una vaseria "assai grande" che si trovava fuori dalla porta del colle. Apparteneva ad una certa Cintia Attorretti del luogo, che la lasciò in eredità alle monache di clausura di San Giuseppe con l'onere di far celebrare due uffici l'anno per l'anima della testatrice. Nel 1660, come si rileva da un processo del tempo, la vaseria si trovava in pessimo stato, sia per la vetustà dell'edificio, sia "perché essendosi abbruciata fu necessario risarcirla in gran parte". Le suore diedero la bottega in affitto ad un tal Settimio vasaio; in affitto essa doveva essere stata anche durante la vita della Attorretti, perché già in precedenza l'aveva presa a pigione un certo Mercurio vasaio. Forse proprio ai vasai che qui operarono nel corso del XVI e XVII secolo si deve attribuire la lavorazione della ceramica dipinta, di cui sono rinvenuti anni or sono, in una demolizione di un torrione delle mura castellane ed in altre occasioni, vari frammenti con decorazioni maggiori e minori tali da richiamare quelle delle migliori botteghe dell'Italia centrale. Fu però nel '700 e '800 che l'industria delle ceramiche prosperò e si sviluppò in maniera considerevole, ponendo le basi per una vasta attività. Da una risoluzione consiliare del 15 aprile 1746 apprendiamo che il Comune concesse l'uso dell'acqua da prendersi nel vallato prima di scaricarsi nel mulino, per 15 anni e con il canone di una libbra di cera l'anno, al vasaio del Comune per installarvi i macinetti dei colori. La concessione portò evidentemente vantaggi grandi alla vaseria e al Comune tanto che invogliò Marco Caprari a chiedere analoga autorizzazione al Consiglio che in data 14 luglio gli accordò di impiantare un macinetto nel vallato con la condizione di pagare una libbra di cera l'anno. Non essendogli più sufficiente un macinetto, il Caprari chiese di poterne collocare anche un secondo: ne ottenne regolare permesso il 15 dicembre 1782 con il patto che pagasse al Comune una credenza di maiolica come l'aveva offerta l'altro vasaio Ferrini. Da questo documento si arguisce che nel paese vi fossero già più vaserie. Da notizie desunte presso l'archivio di stato di Roma, sappiamo che la fabbrica del Ferrini era situata presso la porta del Colle, quella del Caprari invece presso la Collegiata. La fabbrica del Ferrini passò poi al vasaio Francesco Verdinelli, il quale seppe tanto abilmente "promuovere" la sua attività da ottenere da papa Pio VI la privativa di fabbricare maiolica fine bianca e colorata per 10 anni e per un raggio di 25 miglia. Il rilascio della privativa pontificia venne a coronare i sacrifici ed il lavoro intelligente svolto dal Verdinelli, che ampliò la sua fabbrica impiegando circa 40 operai e chiamò per la fine decorazione dei vasellami il pittore fiorentino Lorenzo Passetti il quale, probabilmente, portò quel tipico ornamento diffuso nel secondo '700 dalla manifattura di porcellana dei Ginori a Doccia. Nel 1789 i pollentini Lorenzo e Antonio Venanzoli impiantarono una nuova fabbrica che presto venne in concorrenza con quella del Verdinelli. Anche i fratelli Ranieri, già dipendenti del Verdinelli, impiantarono una fabbrica con l'intenzione di dare un indirizzo nuovo alla produzione e a tale scopo fecero venire appositamente da Faenza la famiglia Bianchedi; ai fratelli Ranieri successe poi Nicola Bianchedi che aveva sposato una figlia del Ranieri. In sostanza, nella prima metà del XIX secolo, la maiolica costituiva la principale industria di Monte Milone con conseguenti grandi vantaggi per l'economia del paese. Il 12 aprile 1842 il Vice Governatore di Monte Milone così ragguagliava il Delegato Apostolico di Macerata sulle manifatture del paese: "Esistono in questa Comune quattro fabbriche di maioliche, le quali sono di qualche considerazione come quelle che introducono del molto denaro e servono ad alimentare molte famiglie dei lavoratori ad esse addette". Da L'arte della ceramica a Pollenza scritto da Raul Paciaroni per "L'artigianato nelle Marche - Storia e Tendenze" edito dalla Regione apprendiamo inoltre che anche nell'almanacco storico-artistico del Piceno per l'anno 1854 se ne fa cenno con queste parole: "Esistono in Monte Milone vari opifici, ed in particolare cinque fabbriche di maioliche". E così Gaetano Nigrisoli, nell'elenco dei più importanti prodotti dello Stato Pontificio al 1857, ricorda la "pregevole maiolica bianca di Monte Milone". La caratteristica produzione pollentina era molto ricercata e per tale motivo veniva copiata anche da altri centri come Fabriano dove, nel 1834, Antonio Ronca aprì una fabbrica di stoviglie di maiolica ad imitazione di quelle di Monte Milone. Sempre a Fabriano nel 1867 Sante e Vitaliano Monti di Pollenza impiantavano un'altra fabbrica di maioliche e terraglie che per la bontà dei prodotti acquistò molto credito. Anche a San Severino Marche nel 1837 era stata aperta dal maceratese Stefano Ambrosetti una fabbrica di maioliche "ad uso di Monte Milone". La vivace concorrenza, non solo fabrianese, fu motivo di qualche riduzione nei livelli occupazionali nelle fabbriche di Monte Milone che tuttavia nel 1878 erano ancora quattro con più di 60 dipendenti così suddivisi: 15 nella fabbrica di Ignazio Venanzoli, 18 nella fabbrica di Luigi Nardi, 14 nella fabbrica di Antonio Farroni e 14 in quella di Antonio Bellini. Fra queste, quella più importante sia per consistenza patrimoniale, per entità e varietà di produzione che per volume di negoziazioni, era quella fondata dai fratelli Lorenzo e Antonio Venanzoli; quest'ultimo nel 1805 era presente con le sue maioliche anche alla rinomata fiera di Senigallia. Molto impulso diede poi per il perfezionamento delle maioliche l'erede della famiglia stessa Giovanni con la cooperazione del pittore Guido Bianchedi, tanto da meritare nel 1879 il secondo premio della Camera di Commercio ed Arti della Provincia di Macerata; nel 1881 la medaglia d'argento alla Esposizione Industriale Italiana in Milano, nel 1884 la menzione onorevole all'Esposizione Generale Italiana di Torino e, nel 1905, la medaglia d'oro all'Esposizione Regionale Marchigiana di Macerata. In occasione dell'Esposizione milanese del 1881 Giuseppe Corona forniva questo interessante quadro della fabbrica: "La principale fabbrica di Pollenza è sempre quella di Giovanni Venanzoli che successe ad Antonio e Lorenzo. Vi si fabbricano ordinariamente svariati oggetti di maiolica bianca e colorata e occupa una ventina di operai fra uomini, donne e ragazzi la cui mercede è presso a poco uguale a quella che si paga in Fabriano. Possiede due forni a sistema antico rettangolare di cui uno di un terzo più piccolo dell'altro. La produzione annua si può valutare a circa 150.000 pezzi per un valore totale di L. 14.000. Questi prodotti vengono smerciati nelle provincie di Macerata, Ancona, Pesaro e Urbino, Ascoli Piceno e Perugia". Il Venanzoli seppe ingegnosamente coordinare i processi di fabbricazione aumentando sempre più la sua produzione e la perfezione del suo prodotto profondendovi tutte le sue energie, spinto non tanto dalla brama del lucro, ma dalla passione dell'arte; veri capolavori erano i suoi prodotti, come gli altorilievi dell'altare maggiore della Chiesa dell'Immacolata di Macerata e quelli dell'altare della Chiesa dell'Immacolata di Pollenza. Nel frattempo a Giovanni Venanzoli succedette nella direzione della fabbrica il figlio Ignazio il quale la passò nel 1908 al prof. Biagio Biagetti e a Gaetano Crocetti di Porto Recanati come locatari fino al 1912. Il Biagetti diede alla produzione un indirizzo artistico fabbricando vasi dalle eleganti forme classiche. Fin dopo la prima guerra mondiale rimase attiva anche la fabbrica Monti che nei suoi ultimi anni trovò la collaborazione di Giuseppe Fammilume, il quale volle dare ai vasellami una nuova decorazione. Ultima e piccola fabbrica fu infine quella di Giuseppe Matteucci. Scomparivano così agli inizi del nostro secolo le antiche e rinomate fabbriche di maiolica di Pollenza e con esse un'industria che era stata fonte di guadagno e di agiatezza. Della fiorente attività rimane il ricordo in una via, denominata appunto "Via Vaseria", dove si affacciavano le botteghe di quest'arte e dove ancora oggi si rinvengono frequentemente innumerevoli frammenti di stoviglie di ogni forma. Bisogna ricordare, inoltre, che anche lo studioso Anselmo Anselmi ebbe modo di ammirare l'alto livello della ceramica pollentina e di parlarne sulla "Nuova Rivista Misena", di cui era direttore, lamentando che nessuno si era fino ad allora occupato di registrare questa produzione nella storia della ceramica marchigiana, l'Anselmi così esortava: "Faccio un pubblico appello a qualche erudito del luogo perché si accinga a raccoglierne le ignorate memorie, e quando ciò non avvenga, cercherò di farlo io stesso". Purtroppo l'Anselmi non ebbe il tempo di realizzare il suo progetto, essendo scomparso nel 1907; qualche ricerca, che però non vide mai la luce, fu eseguita successivamente da Don Nazareno Buldorini, parroco nell'Abbazia di Rambona, all'inizio richiamato.

Cenni dell'architettura del periodo

Il 1700 segna per il nostro Paese un rinnovamento artistico radicale. A questo periodo risalgono i palazzi del Municipio, del Monte di Pietà, le chiese di San Francesco, San Giovanni con relativo convento (ora distretto sanitario e casa di riposo). Dappertutto si nota un risveglio, un desiderio di novità, un certo benessere procurato dalle fabbriche locali di maioliche, di tessuti e in agricoltura il passaggio a colture intensive, cosicché anche le famiglie private rimettono a nuovo le loro abitazioni. In questo secolo, a discapito di parecchi edifici di valore architettonico rinascimentale, si abbatte e si ricostruisce con gusto barocco (esempi sono il palazzo del Comune di cui si ammira l'ampio portale, la torre civica con cupola Sansovinesca terminante in un campaniletto di ferro molto raro in Italia, il Monte Frumentario con loggiato a piano terra, l'interno della Chiesa di San Francesco, la facciata dell'ingresso agli uffici della Congregazione di Carità). Nel 1749 viene ampliata la chiesa di San Biagio che diventa collegiata. Ricostruita ancora successivamente nel 1834, nonostante la scarsità di danaro, viene completata con gli altari, il coro magistralmente lavorato dal concittadino Filippo Andreani, con le balaustre in ferro battuto ed i confessionali in nobile materiale confacente con il perfetto carattere dell'ambiente. Nel 1784, per opera del Tranquilli, viene trasformata nella forma attuale la chiesa di San Francesco, costruita verso la metà del 1200 e donata dai benedettini rambonesi a San Francesco ( secondo una antica tradizione che lo annovera ospite del luogo nei viaggi del Santo da Forano a Sanseverino ) e viene inaugurata nel 1790. In questa occasione l'Immagine miracolosa di S. Antonio (dipinto su tavola di Lorenzo II da Sanseverino datato 1496) viene collocata nell'abside, dietro un'artistica iconastasi di legno dorato. Vengono abbellite chiese e palazzi con affreschi e dipinti. Esisteva nella chiesa di San Giuseppe un quadro del Caracciolo, asportato dal governo napoleonico. A palazzo Ricci (dove visse il Cardinale Fra Gregorio Petrocchini nel periodo di permanenza a Monte Milone quale proprietario di case e terreni e successivamente per volere testamentario lasciato a suo nipote Giacomo Filippo Petrocchini, la cui figlia Gerolama sposò nel 1623 Antonio Ricci, famiglia nella quale vide la luce Padre Matteo Ricci primo missionario in Cina) vi è una sala molto ben conservata detta "delle prospettive" da richiamare un po' al Bibiena, gran disegnatore di scenografie. Nel 1800 gli edifici sono costruiti o adattati secondo lo stile neoclassico per la tendenza a cercare ispirazione dagli antichi monumenti greci e romani come reazione alla ricca fantasia barocca. Come già accennato si ricostruisce la collegiata, maestoso tempio a croce greca con cupola centrale. La facciata è un pronao di quattro colonne. Anche la Chiesa dell'Immacolata, che cede una parte del suo edificio per allargare la piazza antistante, è ricostruita in forme neo - classiche. Il bel teatro viene concepito a ferro di cavallo, decorato da motivi ornamentali di tipo rinascimentale. La sala è impreziosita dalle dorature, dai velluti e soprattutto dai medaglioni del soffitto, dipinti dal Brugnoli. All'inizio del XX secolo si aprono due piazze e se ne allargano altre due. Nel 1918 si crea la piazzetta di fronte alla chiesa di san Francesco mentre nel 1926 è demolita la ex chiesa di S. Andrea, interessante per la pianta ottagonale e le quattro absidi chiuse: era una delle più antiche chiese locali. La piazza verrà denominata "Ricci" ed accoglierà al centro l'antica ARA ROMANA, ara sacrificale di epoca imperiale, con ornato di festoni, trattenuti agli angoli da teste di ariete e dedicata a L. Hostilio decurione ad Urbs Salvia. Dell'epoca moderna abbiamo dunque quasi tutte costruzioni razionali e di utilità pubblica. Per concludere questa parentesi architettonica possiamo dire che Pollenza, attraverso i secoli, fu sempre al passo con l'arte dominante in Italia, e subito pronta a recepire trasformando il vecchio per il nuovo. L'auspicio da porsi è, che espandendosi in futuro, Pollenza rimanga fedele, sia entro le mura che fuori, al tradizionale elemento architettonico del cotto, caratteristico in tutte le costruzioni del Maceratese.

Passaggio dalla ceramica alla lavorazione del legno

Altre notizie circa l'artigianato artistico di Pollenza sono le seguenti: Nell'anno 1890 entrava in funzione la ditta Giuseppe Andreani per manifatture di lane, coperte e biancheria. Occupava 40 operai, una maestra ed un giovane di negozio; fu premiata dal Ministro dell'Industria. Il Sig. Andreani con questa industria intese risollevare le sorti economiche del paese, ma nel 1908, per mancanza di interessamento delle autorità pubbliche dovette chiudere. Una delle note caratteristiche che rispecchia una antichissima tradizione della vita Pollentina sono i tappeti. Sono le opere del telaio ove l'industriosità e l'innato senso artistico delle nostre nonne fanno splendida prova della vita e dell'animo del nostro popolo che in tali opere rifletteva le espressioni più genuine. Nel 1910 per opera del nostro concittadino Luigi Marzi venivano installate nella sua fabbrica, sorta nel 1901, le prime macchine a corrente elettrica per la lavorazione del legno. Fino ad allora i mastri falegnami operavano con soli strumenti manuali e con ciò dettero prova della loro bravura nella realizzazione delle decorazioni lignee realizzate per il costruendo teatro comunale inaugurato nel 1883 con opera lirica, tanta era la passione degli abitanti del luogo. Ritornando al Marzi, tale utilissima innovazione permise allo stesso di ampliare considerevolmente la produzione in serie e di curare in modo particolare quella artistica. Ottenne infatti la medaglia d'oro alle esposizioni internazionali industriali di Milano e Roma per un mobile per grammofono "Marzi Fono". Dal 1890 i sigg. Cento e Marinozzi erano artigiani dell'illuminazione (se ci é consentito il termine) in quanto realizzavano in ferro battuto artistici contenitori per candele o lumi a petrolio. A seguito dell'avvento dell'energia elettrica tale attività perse d'importanza e ognuno seguì la propria strada: il Cento passò all'attività primaria che comunque svolgeva, quella di muratore, ampliando la ditta anche con manovalanza, mentre Marinozzi Remo, che era dedito all'attività di falegname intagliatore, si perfezionò nella decorazione e nell'ebanisteria tanto che diede inizio a quell'attività di artigianato artistico e restauro del legno che successivamente con i figli Riccardo, Manrico e Remo fu trasformata in antiquariato, restauro di mobili e oggetti antichi compresi i dipinti, per arrivare fino ai nostri giorni con la loro ben nota attività portata avanti dai loro figli con professionalità e competenza. Nel 1916 in bottega con Remo Marinozzi lavorò l'apprendista artigiano Giovanbattista Gattucci. Nel 1920 nacque la fabbrica F.I.M. per iniziativa del sig. Giovanbattista Gattucci, a cui si unì poi il fratello Oscar. In un primo momento i Fratelli Gattucci si dedicarono prevalentemente a costruire infissi e mobilio, poi, nel 1934 dopo la chiusura della F.I.M. e la nascita del Mobilificio Gattucci, iniziarono la produzione di mobili d'arte e arredamenti d'interno compreso l'antiquariato. Il loro lavoro congiunto ad una grande competenza e professionalità è stato il motore per diversi anni dell'economia pollentina occupando svariati operai. La loro attività si è imposta in Italia e all'estero per la qualità e validità della produzione. Oscar e Giovanbattista crearono una vera scuola di ebanisteria. Tra gli apprendisti ebanisti ed intagliatori vanno annoverati in quegli anni Giuseppe Travaglini, Sebastiano Sileoni, Augusto Sileoni, Evelino Stollavagli e Umberto Peschi che in seguito si è rivelato eccelso artista del legno e non solo. Tale scuola nel tempo ha mantenuto e migliorato la tradizione artigianale nel rispetto degli stili e delle regole d'arte. Con la conduzione delle eredi la ditta opera in tutto il territorio nazionale fornendo lavori su progettazione propria o di architetti e designer esterni. Nel 1943, un altro pollentino, Paride Pelagalli, iniziava la gestione per suo conto di una falegnameria con produzione artigianale di mobili in stile per appartamento, studi, uffici e banche; tale attività viene tuttora portata avanti dai figli che hanno ereditato e artisticamente elevato l'attività del padre. In queste tre "botteghe artigiane" hanno lavorato molti pollentini che, dopo aver appreso l'arte di ebanisteria e restauro, hanno aperto laboratori artigianali individuali o in società per proseguire nell'attività appresa e per collaborare anche con le ditte di provenienza. Dal dopoguerra ad oggi si è sviluppato attorno all'antiquariato (fatto salvo il periodo di boom industriale italiano degli anni settanta) un fiorente artigianato artistico per l'arredamento di abitazioni, studi, negozi, banche. A supporto della tradizione artigiana di Monte Milone prima e Pollenza poi va ricordato che il paese ha avuto fin dal 1600 un teatro. Divenuto troppo angusto il seicentesco teatro situato presso il palazzo comunale nel 1872 se ne sancì, con delibera comunale, la ricostruzione. Tale volontà di costruire un teatro più consono alle esigenze del tempo non è stata concepita da qualche famiglia nobiliare, come succedeva in quel periodo nei piccoli comuni, ma è stata espressa dagli imprenditori del tempo, cioè ciabattini, falegnami, muratori, fabbri, maniscalchi, ceramisti e gente anche povera ma geniale, che, avendo la propensione alla "cultura", non si tirava indietro in nessuna iniziativa pur di migliorare la propria formazione professionale con la musica, il bel canto e la prosa. Tale aspirazione era talmente contagiosa nella popolazione che permise la realizzazione di un magnifico teatro in dieci anni (oggi per il restauro non sono stati sufficienti diciasette anni a causa di pastoie burocratiche) ed inoltre fece crescere la professionalità dei singoli impegnati nel loro lavoro e quindi anche la disponibilità economica per finanziare e frequentare il teatro stesso per spettacoli di opere liriche e prosa. Anche la scelta del progettista del teatro avvalora la "voglia di cultura" dei pollentini; infatti fu incaricato l'architetto Ireneo Aleandri, autore tra l'altro dello Sferisterio di Macerata e del Nuovo Teatro di Spoleto; nel 1873 si diede inizio ai lavori di costruzione del nuovo teatro. Nel 1879, sia per l'età dell'Aleandri che per incomprensioni con la municipalità d'allora, si decise di portare da tredici a quindici il numero di palchetti per ogni ordine affidando la realizzazione dell'ampliamento all'architetto romano Francesco Vespignani con l'obbligo di tenere conto dei lavori fin lì eseguiti. Per l'esecuzione delle opere di finitura e decorazioni lignee e per le opere di carpenteria del palcoscenico ed i meccanismi di scena fu chiamato il "falegname" Vincenzo Andreani che, coadiuvato dai suoi fratelli, realizzò fino al 1880 il lavoro assegnatogli nonché il portone d'ingresso. Che dire poi della preziosità delle pitture che hanno ingentilito l'interno del Teatro, della Collegiata di San Biagio e di altri palazzi pubblici? Se la popolazione non fosse stata esigente in ogni opera che durasse nel tempo insigni artisti quali Annibale Brugnoli, Pietro Giovannetti, Filippo Bigioli, Virgilio Monti, Domenico Tojetti, Giovanni Cingolani, Biagio Biagetti e Giuseppe Fammilume non avrebbero lasciato preziosa traccia del loro lavoro artistico che ancora oggi è apprezzato ed ammirato. Altri artigiani - artisti sono da ricordare per il loro lavoro svolto in questa terra: Bernardo Bartoli per la realizzazione dell'altare in legno intagliato e dorato nella Cappella del Rosario in San Biagio; Adolfo Bartoli che realizzò il grande feretro del Cristo morto, Biagio Piani che realizzò il reliquario di San Biagio in argento e successivamente quale valente cesellatore e orefice operò in Macerata riscuotendo apprezzamenti per la propria maestria.

Non solo artigianato artistico

Pollenza, centro prevalentemente artigiano ed agricolo, non poteva essere insensibile agli interessi dell'arte e della cultura avendo nel suo capoluogo l'alto insegnamento di una delle più antiche Università d'Italia e dalla vicina Recanati l'eco costante della sublime poesia di Giacomo Leopardi. Pollenza ha avuto ed ha una sua vita intellettuale. Ad onorare questa sua inclinazione artistica c'è una schiera di cittadini, che per nascita o per adozione, si sono distinti per le loro benemerenze letterarie, storiche, civili, religiose e caritatevoli.

In letteratura eccelsero:

- Padre Chiodini (Sec. XVII) francescano, lettore delle arti a Padova, Reggente degli studi a Firenze, autore di opere letterarie, filosofiche, storiche e musicali;
- Pasicrate Menichelli (1842 - 1920) poeta dialettale, si distinse per la sua satira politico comunale, autori di vari articoli, discorsi e poesie;
- Massimo Coronaro (1884 - 1962) pollentino di adozione, poeta, prosatore, conferenziere. Nel 1922 - 1923 fu inviato dal "Nuovo Giornale" quale corrispondente in Germania ed Austria. Fu presente con la sua elevata parola in ogni manifestazione e commemorazione artistica della Regione e fuori, fu soprattutto poeta;
- Prof. Vincenzo Cento (1888 - 1945) importante filosofo, scrittore e conferenziere

I Pollentini hanno avuto da sempre una particolare predilezione per la musica ed un entusiasmo quasi fanatico, soprattutto per la lirica.

Cantanti lirici:

Nicola Benedetti (1821 - 1875) basso
Antonio Pelagalli (1849 - 1912) tenore

Tra i musicisti è da ricordare:

- Padre Chiodini
- Maestro Pietro Bianchedi autore di premiate operette e di applauditi concerti da camera
- Vedasto Vecchietti (1842 - 1922) professore di corno al Liceo musicale di S. Cecilia a Roma di cui fu uno dei primi fondatori con Giovanni Sgambati e Ettore Pinelli.

DITTE OPERANTI ATTUALMENTE NELL'ARTIGIANATO ARTISTICO

Da un ruolo di contribuenti per la tassa delle patenti delle arti e commercio dell'anno 1857, in conformità a quanto disposto dal Ministero delle Finanze d'allora, siamo in grado di quantificare le persone dedite all'artigianato di quel periodo in numero di 88, comprese anche attività quali vetturale, pizzicagnolo, venditore di sali e tabacchi, caffettiere, fornaio, muratore, calzolaio, macellaio, molitore di olio e di grano, barbiere, oste, sarto. Per quanto attiene le attività artistico artigianali vi erano fabbricanti di maiolica, fornaciai, facocchio (costruttore di carri in legno decorati), fabbri, calderai, lavoranti di ramate (oggetti in rame), panicocolo ( forse particolare fornaio ) tessitore di tele grezze, falegname. Dall'ultimo censimento del 1991 rileviamo che il numero delle imprese era di n.397 di cui artigiane n. 227 per complessivi n. 1247 addetti; le unità locali delle imprese erano n. 421 con n. 1302 addetti di cui n. 235 imprese artigiane con n. 615 addetti con una percentuale nelle attività produttive di n. 26 addetti ogni 100 abitanti.

Attualmente il settore dell'artigianato artistico comprende le seguenti aziende nel settore legno:

Angeletti Nazareno Pittura, restauro e laccatura C.da Morazzano, 36
Damiani Valentino Arredamenti e scenotecnica Via P. U. Ciccioli, 1
Biagioli Lidia Lucidatura e restauro mobili Via Cantagallo, 1A
Bisonni Nazzareno Ebanisteria e restauro mobili Via Mura di Levante
Carboni Paolo Restauro mobili C.da Potenza, 22A
Ceresani Antonio Ebanisteria e restauri C.da Campetella, 50D
Ciminari Pietro Restauro mobili Via S. Bartolomeo, 13
Crucianelli Gino Arredamenti su misura e restauri C:da Potenza, 4B
Cuccagna Dalmazio Restauro mobili Via P. U. Ciccioli, 3
Brasca e Consoli Restauro mobili e ebanisteria C.da Morazzano, 80A
Fausti Patrizio Antichità e restauro Via G. Galilei, 17
Fermani Paolo Antichità e restauro Via XX Settembre, 30
Gattucci Arredamenti Arredamenti, restauro, antiquariato Via Mura di Levante, 9
Guardati Enio Arredamenti su misura C.da Potenza, 31C
Lattanzi Lorenzo Restauro mobili C.da Morazzano, 52A
Legnotecnica Arredamenti Ebanisteria e restauro C.da S. Lucia, 37
Magrini Francesco Falegnameria artigianale Via Cardarelli, 1
Marinozzi Caterina Antichità, restauri e perizie Via Leopardi, 98
Marinozzi Andrea Antiquariato e restauri Via G. Leopardi, 57
Marinozzi Giuliana Mobili ed oggetti d'antiquariato Via G. Leopardi, 96
Marinozzi Comm. Mario Restauro mobili e dipinti C. da Campetella, 10
Mari Rossano Restauro mobili C.da Morazzano, 54A
Maurelli Gianfranco Falegnameria in genere Via P. U. Ciccioli, 24
Morresi Mobili Ebanisteria Via Nazionale, 41
Nardi Franco Ebanista e restauro Via G. Galilei, 12
Nova Arte Restauro mobili Via P. U. Ciccioli
Pelagalli Maceo e Walter Ebanisteria e restauro mobili Via Vaseria, 3
P.C. Principi e Ciucci Ebanisteria e restauro mobili Rione Trebbio, 2
Santini Giuseppe Restauro mobili C.da cantagallo, 13
Sciapichetti Bruno Restauro e realizzazione mobili Rione Trebbio, 25
Svampa Roberto Tappezzeria e tendaggi C.da cantagallo, 65B
Arredamenti 2R Arredamenti su misura Via Vecchietti, 27
Cegna Giuseppe Falegnameria e arredamenti Via E. Mattei, 8
Falegnameria P.G.R. Lavorazione legno e mobili su misura Via Morico, 43
F.I.A. Fabbrica infissi e arredi C.da Piane di Chienti, 21
Pierucci Francesco Laboratorio falegnameria C.da Morazzano, 20

Lavorazione artigianale del ferro:

1- Caporicci Delio Officina costruzioni meccaniche C.da Vaglie, 5
2- Maccari Claudio Lavorazione in ferro battuto Via Vecchietti, 59

Lavorazione artigianale del vetro:

1 - Platano Giuseppe Vetri piombati C.da Piane di Chienti, 23
2 - Vetreria Cappelloni Vetreria artistica Via Campomaggio, 36

Lavorazione industriale del legno:

Dezi Legnami Stipetteria industriale Via E. Mattei
Pelagalli Gustavo Costruzione industriale cofani funebri C.da Morazzano
Falegnameria Vagni Infissi e arredamenti C.da Piane di Chienti, 29

Lavorazioni particolari:

Stilarte Produzione argenteria Via G. Luciani, 34
Torner Marmi Lavorazione e restauro di marmi Via Vecchietti, 27
Elettrogalvanica Settimi Galvanizzazione oro e argento Via G. Luciani, 1

Prospettive future

Dal 1994, per volontà dell'Amministrazione e per convinzione della Scuola Regionale di Formazione Professionale, si è avviata una attività di formazione nel restauro del mobile antico e di recente anche nel restauro del libro antico. Le Amministrazioni susseguitesi hanno fornito alla scuola idonea sede per svolgere tale formazione in loco e a distanza di pochi anni si sono effettuati due bienni di formazione nel restauro del legno e due corsi di 800 ore cadauno per il restauro del libro. Le aspettative riposte in questo progetto sono state ripagate ampiamente poiché gli iscritti ai corsi, provenienti da ogni parte della Regione, terminato il loro apprendimento e dopo aver effettuato stages, sono tutti occupati; per quanto attiene al recente avviamento dei corsi sul restauro del libro antico le aspettative sono ancora superiori. Infatti si stanno predisponendo dei locali da destinare all'artigianato artistico in generale per permettere insediamenti di botteghe - scuole ed in particolare per il restauro e la rilegatura del libro antico. Questo impegno a sostenere e potenziare l'occupazione in un settore dell'artigianato artistico viene incoraggiato oltre che dalla Provincia e dalla Regione anche dalla crescente aspettativa dei giovani di avviarsi al lavoro e quel che più conta nella convinzione che il futuro passa attraverso la riscoperta di attività artigianali del passato, quasi scomparse, per raggiungere lo scopo di aiutare a salvaguardare l'immenso patrimonio culturale che ogni paese d'Italia possiede. Il piano quindi si inserisce per regolamentare e aiutare la fase di insediamento di nuove realtà artigiane che per riuscire a sopravvivere alle tecnologie del momento hanno la necessità di farsi apprezzare per la maestria e per la professionalità applicate alle sopra menzionate arti e per proporle con idonei spazi espositivi ad un più vasto pubblico.